Mirai

¤ Recensione Mirai

Mirai è un film del 2018 diretto da Mamoru Hosoda. Presentato in anteprima mondiale al Festival di Cannes 2018 nella sezione parallela Quinzaine des Réalisateurs, è stato candidato come Miglior Film di Animazione durante la cerimonia dei Premi Oscar 2019 (vittoria poi andata a Spider-Man – Un nuovo universo).


Il cast vocale originale è composto da: Moka Kamishiraishi, Haru Kuroki, Gen Hoshino, Kumiko Aso, Mitsuo Yoshihara, Masaharu Fukuyama, Yoshiko Miyazaki, Kōji Yakusho, Tasuku Hatanaka, Kaede Hondo, Matsunojo Kanda.

Il cast vocale italiano è composto da: Tatiana Dessi, Roisin Nicosia, Maurizio Reti, Irene Di Valmo, Maurizio Fiorentini, David Chevalier, Daniela Cavallini, Sergio Luzi, Gabriele Vender, Germana Savo, Francesco Fabbri.

Kun-chan è un bambino di 4 anni, che con la nascita della sorellina Mirai (futuro in giapponese) sente venir meno l’affetto dei suoi genitori, “rubato” dalla nuova arrivata. Sopraffatto dalla gelosia, raggiunge un giardino magico dove incontra la versione adolescente di sua sorella neonata. Attraverso la sua fantasia, entra in contatto anche con altri personaggi che lo aiutano a risolvere i conflitti con i suoi familiari e affronterà una serie di avventure grazie alle quali capirà cosa significa essere il fratello maggiore.

Che Mamoru Hosoda fosse profondamente interessato alle metamorfosi corporali e spaziotemporali lo si intuiva già dai suoi precedenti lavori. Chi ha avuto modo di imbattersi in Wolf Children (2012), The Boy and the Beast(2015) o La ragazza che saltava nel tempo (2006) ricorderà quanto i mondi immaginifici ricreati dal cineasta giapponese siano sovente un semplice pretesto per raccontare l’incontro con il diverso, da intendersi sia come individuo che come contesto sociale.

Mettere in scena l’infanzia è una prerogativa dell’animazione giapponese, una predisposizione naturale dei suoi animatori.

     

Quelli di ieri come quelli di oggi, a cui appartiene Mamoru Hosoda, cresciuto intrepido all’ombra tutelare di Hayao Miyazaki e impostosi come referenza con Summer Wars e Wolf Children. Il suo eroe è un bimbetto di pochi anni ben accomodato tra mamma e papà, centro di tutte le loro cure e di tutte le loro preoccupazioni. Ma poi Mirai viene al mondo e la musica cambia per lui.

Attraverso un processo emozionale che conduce Kun dal rifiuto all’accettazione, Mirai no Mirai ‘disegna’ la creazione della sua relazione affettiva con la sorellina ‘importuna’. Oscillando tra realtà e fantasmagoria, tra quello che il bambino vive e quello che sente, il racconto di formazione di Mamoru Hosoda accumula i piccoli gesti (scendere le scale, andare in bicicletta, reclamare l’attenzione degli adulti, strillare fino alla collera), le osservazioni e le espressioni dell’infanzia componendo un preciso comportamento infantile. Una rassegna delicata di piccoli movimenti e di azioni che non lasciano il perimetro della casa ma prendono respiro col décor urbano e i viaggi spazio-temporali di Kun, che incontra la giovinezza di suo nonno o l’adolescenza di sua sorella. Confrontandosi con loro, imparando da loro, sbagliando con loro, riesce a ritagliarsi uno spazio in seno alla famiglia, il cui centro di gravità si è spostato senza preavviso.

L’albero piantato al centro del loro giardino diventa il simbolo di tutta la storia passata e futura della famiglia di Kun. Dentro quella storia avanza l’apprendimento del protagonista che ha un carattere di reciprocità. Se il bambino impara a condividere, i genitori apprendono sperimentando il loro ruolo di educatori.

L’infanzia per Mamoru Hosoda non descrive soltanto una stagione della vita ma anche il procedere a tentoni delle prime volte. Pensato specificamente per l’infanzia, Mirai no Mirai non mancherà di sedurre i più grandi, accompagnando il suo piccolo eroe piagnucoloso e collerico verso le gioie dell’indipendenza.

Nonostante una qualità media altalenante, Hosoda si conferma uno dei registi di animazione giapponese più meritevoli d’attenzione, tanto che troviamo aspetti sorprendenti anche nelle sue opere meno riuscite (non è il caso di Mirai, che a livello qualitativo inseriremmo a metà della sua filmografia).

L’impressione è che l’elemento fantastico e la famiglia siano stati già sfruttati a sufficienza dall’autore, perciò sarebbe interessante per il suo prossimo lavoro vederlo all’opera con un brusco cambio di direzione, per quanto riguarda atmosfere e tematiche.

Scheda Film

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