Female Convict Scorpion: Jailhouse 41

¤ Recensione Female Convict Scorpion: Jailhouse 41

Questa settimana, per il nostro consueto appuntamento dedicato ai live action tratti da fumetti ed animazione, vi parleremo di una trasposizione in live action. Si tratta di una produzione Giapponese realizzata nel 1972 ed il cui titolo è Female Convict Scorpion: Jailhouse 41 (Joshuu Sasori: Dai-41 Zakkyo-bō?).


Come dicevamo pocanzi, Female Prisoner #701: Scorpion è un film del 1972 diretto da Shunya Ito e tratto dall’omonimo manga di Tooru Shinohara. È il secondo lungometraggio della serie Sasori, iniziata nel 1972 con Female Prisoner #701: Scorpion, diretto sempre da Shunya Ito e interpretato da Meiko Kaji. È considerato il film più visionario e poetico della serie.

Il Cast della pellicola è composto da: Meiko Kaji che impersona Matsu, Kayoko Shiraishi nel ruolo di Oba, Yukie Kagawa che interpreta Haru, Fumio Watanabe nei panni dell’Ispettore Goda.

Nami Matsushima, detta Sasori,[2] è rinchiusa in isolamento nel carcere gestito dall’ispettore Goda, prossimo a una promozione. Nel carcere arriva il ministro della Giustizia, per compiere un’ispezione, e Sasori viene fatta uscire per l’occasione. La ragazza aggredisce davanti agli occhi sconvolti del ministro l’ispettore Goda. Le altre detenute approfittano dell’occasione per scatenare una rivolta, che viene però stroncata facilmente dai poliziotti. Le detenute vengono quindi mandate in un campo di lavoro, dove l’ispettore Goda fa violentare Sasori da quattro poliziotti, per umiliarla davanti alle altre ragazze.

     

Sul furgone che conduce nuovamente in carcere le ragazze, Sasori viene aggredita a calci e pugni dalle altre detenute, e si finge morta. Quando due poliziotti aprono il furgone, insospettiti dalle urla di una ragazza, Sasori apre gli occhi e uccide uno di loro, mentre le altre ragazze uccidono l’altro poliziotto e fuggono, rifugiandosi in una capanna abbandonata. Lì incontrano una donna anziana armata di un coltello, che svela il motivo per il quale le ragazze sono in carcere, quindi si fa uccidere da Sasori. Una delle detenute, Haru, esce dalla capanna e si reca a trovare il figlio. Una volta incontratolo, viene raggiunta da due poliziotti, che le chiedono di dirgli dove sono nascoste le altre ragazze. Haru rifiuta di dirlo e fugge. Viene seguita da un poliziotto, che però viene ucciso da Sasori.

Un gruppo di turisti si trova su un pullman, quando vengono fermati dalla polizia, che dice loro delle detenute fuggite dal carcere, e di prestare attenzione. Una delle detenute si rilassa vicino a una cascata, dove incontra tre turisti scesi dal pullman. Questi la violentano e la uccidono, quindi la gettano da un dirupo, proprio quando giungono Sasori e le altre detenute, che inseguono i tre e prendono in ostaggio gli altri turisti che si trovano sul pullman. Sasori punta un coltello sul viso dell’autista, mentre le altre detenute picchiano e umiliano i tre uomini responsabili dell’omicidio della loro amica. Giunti a un posto di blocco, le detenute gettano dal pullman Sasori, che viene catturata. Il pullman giunge davanti a un camion sul quale vi è il figlio di Haru, che scende dal pullman e corre verso di lui, ma viene uccisa dai poliziotti. Oba, una delle detenute, responsabile dell’omicidio dei propri figli, uccide l’autista del pullman e forza il posto di blocco.

L’ispettore Goda decide di usare Sasori per conoscere lo stato degli ostaggi. Sasori si reca davanti al pullman, dove accusa Oba di averla tradita, quindi torna da Goda e mente, dicendogli che gli ostaggi sono tutti morti. Goda ordina ai suoi uomini di aprire il fuoco contro il pullman. Ne scaturisce una sparatoria, durante la quale muoiono tutte le ragazze, tranne Oba, che viene rinchiusa nel furgone accanto a Sasori.

Goda ordina a due poliziotti di uccidere Sasori. Le guardie fermano quindi il furgone e fanno scendere Sasori. Quando uno di loro sta per spararle, viene fermato da Oba, che insieme a Sasori uccide i poliziotti e fugge. Giunte davanti a una discarica di rifiuti, Oba muore tra le braccia di Sasori, che si reca davanti al ministero della Giustizia e tende un agguato a Goda, accoltellandolo a morte.

Accanto a Sasori tornano tutte le detenute, che si passano il coltello tra le mani e iniziano a correre felici.

Parte esattamente dov’era terminato il primo capitolo questo sequel della serie Sasori, uno dei simboli per antonomasia del genere “women in prison”. Meno exploitativo del precedente, raddrizza il tiro, affina il ritmo e si trasforma in un film ottimo quando il primo era gravato da evidenti pesantezze strutturali e da una ricerca di stile definito che solo qui raggiunge la perfezione, come poi afferma anche Chris D. nel testo Outlaw Masters of Japanese Film.

Meno violenza fine a sè stessa (anche sessuale); o meglio, la gratuità permane ma muta in virtù e in elogio del pop.

Il film inoltre è una assoluta dichiarazione d’amore al corpo (e soprattutto al viso) dell’attrice Meiko Kaji, sempre fotografata come una bambola kokeshi e inquadrata in contre-plongée, gesto generoso atto alla definizione epica e storica assoluta del personaggio, con consapevolezza e con assoluta ragione; risultato ottenuto, la storia ne è la prova. Anche il ruolo ne guadagna in carisma e spessore, perennemente in bilico tra psicologia silente e azione irruenta, messo in pausa emotiva per tirare al limite le corde dello spettatore e fatta scoccare nell’istante in cui la pazienza tocca il punto massimo. La perfezione della gestione dei tempi e del ritmo.

Anche lo studio e la riflessione sulle luci e sulla loro alternanza in transizione raggiungono picchi inusitati e vette del surreale. Quella che nel primo capitolo era LA sequenza per antonomasia (l’aggressione della galeotta virata in blu) qui si diluisce –senza perderne in efficacia- lungo tutto il film con un risultato che è crogiolo trasversale tra le arti nipponiche, scatenandosi tra pittoricismo, teatro kabuki e cinema d’avanguardia.

L’alta qualità dell’episodio è un incentivo a continuare per chi non aveva gradito il primo e si manifesta come una progressione ottimale di una serie che regala un sequel superiore in tutto al film pioniere. L’essenza stessa dell’opera, vista anche la chiusa simbolica, è quella di un dittico, di due film che non sono altro che le due facce della stessa medaglia e che possono essere visti come un unico lungo racconto e presi come oggetto a sé stante e testo filmico unitario e solido.

Nonostante il manga e la relativa pellicola cinematografica abbiano spopolato in Giappone, al punto da creare una vera e propria saga cinematografica, questa pellicola, nel momento in cui scriviamo, non è stata ancora acquistata da nessun editore italiano, il che ne ha precluso l’uscita in home video. Chi fosse interessato a vere e/o recuperare la pellicola dovrà, necessariamente, ripiegate sul mercato estero o, una qualche edizione fansubata in italiano.

Anche per questa settimana abbiamo esaurito lo spazio a nostra disposizione ma, come di consueto, la nostra rubrica sui live action tratti dai fumetti o dall’animazione, tornerà puntualmente la settimana prossima con un’altra interessante puntata quindi, se volete rimanere aggiornati, continuate a seguirci.

Stay Tuned!!!

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