Pubblicato per la prima volta nel 1973, Verso una nobile morte è la cronaca degli ultimi giorni di combattimento dell’esercito imperiale giapponese nell’isola di Nuova Britannia, Papua Nuova Guinea, durante la Seconda guerra mondiale. Basato sui ricordi dell’autore, il racconto è una cruda testimonianza dell’incubo vissuto dalle truppe nel Pacifico del Sud, segnate dalla fame, dalla violenza e dalla malattia, ma soprattutto vittime delle devastanti conseguenze del dictat gyokusai, la “nobile morte” così appassionatamente celebrata come l’unica via d’uscita possibile alla sconfitta sul campo: una carica suicida perseguita in onore della patria, un gesto che racchiude in sé tutto l’assurdo orrore della guerra.
Verso una nobile morte è il racconto sul posto dell’assurdità e disumanità della guerra, dal punto di vista di un distaccamento di soldati che occupano una parte dell’isola New Britain. Ognuno di essi racconta una storia di fame, miseria, paura, dolore. Le loro fattezze sono quasi tutte simili: fratelli del medesimo destino, sembrano figli di una sola madre. Sono solo le loro azioni a distinguerli: c’è chi fa ritratti, chi costruisce accampamenti, chi è costretto a commissioni inutili per ufficiali superiori che non fanno altro che menare le mani e umiliare. C’è chi non è mai stato con una donna e chi pensa solo al cibo; c’è chi stringe amicizie e chi si isola, c’è chi sogna e chi si arrende.
A detta del medesimo Mizuki, la stragrande maggioranza dei fatti narrati corrisponde alla realtà e ciò attiva immediatamente un campanello d’allarme nella mente del lettore, predisponendolo a una lettura non certo facile né tanto meno leggera. Tuttavia, è doveroso sottolinearlo fin da subito, Mizuki non infarcisce il racconto di moralismi o retorica di sorta e anzi si limita a descrivere gli eventi, gli orrori, le piccole-grandi tragedie (dall’astinenza sessuale alla morte di un compagno) e le giornate a metà tra la fame e la fatica vissuti dalla compagnia di cui egli stesso faceva parte. Per ovvi motivi, inoltre, l’autore ha deciso di modificare i nomi di tutti i personaggi, compreso il proprio, senza però ledere in alcun modo la pregnanza e la potenza espressiva della storia narrata.
Come riportato dal titolo, l’opera in questione ruota attorno al concetto di gyokusai, la cosiddetta “morte onorevole” portata a compimento sotto forma di veri e propri attacchi suicida promossi dai gerarchi dell’esercito giapponese allo scopo di non arrendersi o finire prigionieri del nemico; due fatti, questi ultimi, percepiti come il massimo grado di disonore possibile in guerra. Ma è a questo proposito che, in antitesi con tale teoria, entra in scena sottilmente e con arguzia il punto di vista dell’autore, un vero “edonista” della quiete, un pigro degno di questo nome la cui codardia, o la semplice fortuna di trovarsi nel momento giusto al posto giusto (come ad esempio fissare un gruppo di uccelli autoctoni lontano dall’accampamento giusto un attimo prima di una sortita del nemico), gli ha garantito la sopravvivenza, diversamente da quanto accaduto ai suoi commilitoni. Se dunque Mizuki ci presenta i fatti così come si sono verificati, in realtà sta al lettore trarne una riflessione personale sulla follia umana – i comandanti non fanno che prendere a schiaffi i loro sottoposti, come se questo servisse realmente a qualcosa – e sull’assurdità del dictat del gyokusai, così come, da una prospettiva più onnicomprensiva, della guerra stessa.
Mizuki, in quest’opera, cerca di mandare un messaggio chiaro e forte: “La morte è morte. Non c’è gloria alcuna in essa e mai e poi mai potrà essere nobile”, messaggio che Mizuki intende trasmettere in questa sorta di diario postumo, facendo vedere, capire e quasi toccare con mano, l’insensatezza della guerra, l’assurdità di una morte che non ha nulla di eroico. Lo smantellamento del mito del suicidio glorioso.
I soldati muoiono uno dopo l’altro, da un istante all’altro e pagina dopo pagina; nessuna scena è edulcorata, non c’è lieto fine. Perché non è l’estro dello scrittore a decidere, ma il fato ineluttabile ad aver tracciato quei disegni, istantanee della memoria di avvenimenti realmente accaduti, stralci di una guerra tra tante che, come avviene in tutte le guerre, non lascia né vincitori né vinti ma solo morte e disperazione.
Mizuki, contrariamente a quanto c’è sempre stato mostrato dalla macchina cinematografica, ci fa vedere dei soldati svogliati, spaventati, fiaccati dalla fame, dalle malattie, dall’astinenza e dalla fatica. Un ritratto reale e veritiero ben lontano dall’idea di inarrestabili macchine da guerra disposte all’estremo sacrificio pur di vincere, che ormai fa parte dell’immaginario collettivo.
In quest’opera il disegno si muove su due livelli di rappresentazione ben distinti ed apparentemente inconciliabili. Da una parte troviamo le figure caricaturali dei soldati, espresse con un tratto esasperato e spesso comico. Dall’altro troviamo il realismo degli ambienti dettagliatissimi, delle armi e dei nemici spaventosi e dei commilitoni morti e scarnificati. È solo la maestria nella costruzione della pagina e nella definizione prospettica attraverso fitte tessiture di segni a rendere accettabile agli occhi del lettore, dopo appena poche pagine, questo conflitto visuale, apparentemente insanabile.
La cronaca di questo grande orrore ha convinto la giuria del Festival del Fumetto di Angoulême ad assegnare il Premio Héritage Essentiel al grande Shigeru Mizuki, un premi non solo meritato ma che, inevitabilmente, ci porta a fare una considerazione. Questo volume travalica il confine della semplice opera fumettistica, divenendo un resoconto illustrato di un valore non quantificabile essendo stato realizzato da uno dei testimoni degli eventi narrati. Un’opera che, per le tematiche trattate andrebbe fatto leggere a tutte le nuove generazioni per mostrare loro l’assurdità delle guerre e fino a che punto la follia umana può spingersi. Un’opera che, meritatamente, dovrebbe essere adottata dalle scuole per l’alto valore didattico e storico che racchiude in se. Purtroppo questo non avviene, ma ciò non toglie che possiamo comprare il volume, leggerlo, consigliarlo, conservarlo e, al momento opportuno farlo leggere ai nostri figli e tramandarlo alle generazioni future e, forse, un giorno, anche grazie ad opere come questa, al mondo non ci saranno più guerre.
