Minuscule - La valle delle formiche perdute

Recensione Minuscule – La valle delle formiche perdute

Minuscule – La valle delle formiche perdute (Minuscule – La vallée des fourmis perdues) è un film del 2013, sceneggiato e diretto da Thomas Szabo e Hélène Giraud.


In una piccola radura pacifica, i resti di un pic-nic frettolosamente abbandonati scatenano una guerra tra due tribù di formiche, la posta in gioco è una scatola di zollette di zucchero!

Una giovane e grassoccia coccinella si ritroverà coinvolta nella battaglia e stringerà una profonda amicizia con una battagliera formica nera. La aiuterà a salvare il formicaio dall’assalto delle terribili formiche rosse, spietate guerriere guidate dal pauroso Butor.

Minuscule è un viaggio emozionante nella grandezza del piccolo. Occorre superare una soglia e abbandonare alcune comodità per entrare appieno nel piccolo mondo dei suoi personaggi, dove il tempo e lo spazio hanno coordinate altre, la legge di natura è durissima, la vita breve e intensa. Thomas Szabo e Hèlène Giraud, i demiurghi della situazione, si sono imposti a loro volta delle leggi, delle regole di comportamento audiovisivo che fanno la bellezza e l’originalità dell’opera e vanno dal rifiuto del dialogo, in favore di un utilizzo ricercato e sofisticato dello strumento sonoro in chiave evocativa, imitativa ed emotiva, alla scelta di stilizzare al massimo le possibilità espressive dei loro insetti, relegandole quasi esclusivamente agli occhi, espediente che richiama la figura del mimo con il suo portato di ironia e comicità ma anche di attitudine per il dramma.

     

Rispetto alla serie televisiva, il film è una sorta di Assalto al treno di Porter, un salto in lungo narrativo in termini di avventura e superamento della formula con la morale, ferma restando, però, la regola delle riprese dal vero, sulle quali si innesta il lavoro cartoonesco in computer grafica. In questo senso, il paragone con il kolossal del Signore degli Anelli, che gli autori stessi hanno sottolineato, va al di là dell’ambientazione high fantasy, con una varietà di popoli di diverse lingue e dimensioni, creature orrorifiche e misteriose e una netta divisione dell’universo in Bene e Male, ma trova elementi di comunanza anche nella tecnica produttiva ibrida e nella scelta di una location che corrisponde alle dimensioni scenografiche ideali del racconto.

In fondo, però, né l’inseguimento spettacolare tra cielo, terra e acqua (che ricorda, tra gli altri, quelli di Semola e Merlino made in Disney) né il contributo importante della musica, organizzata come un’opera vera e propria, in cui ogni personaggio ha la sua voce, potrebbero molto senza la forza del racconto, nel quale un piccolo esserino combatte a rischio della propria vita per la salvezza di un popolo che non è nemmeno il suo. E ricordarci che abitiamo un mondo che non è solo nostro.

Nata nella seconda metà degli anni 2000, la serie tv animata Minuscule ha mostrato subito un fascino e un carattere particolare. I suoi creatori Hélène Giraud (figlia di Moebius) e Thomas Szabo hanno puntato a ricreare, per usare le loro parole, haiku umoristici: fulminanti cortometraggi di quattro-cinque minuti, gli episodi raccontavano avventure di insetti ricreati in CGI, fotomontati su riprese dal vero. Senza dialoghi. Quando un simile materiale viene gonfiato e tradotto dai suoi autori per il grande schermo, in un lungometraggio di un’ora e mezza, non si può che temere il peggio. Quando il peggio non solo è sventato, ma genera un cartoon che per poco (e legittimamente) non ha ottenuto una nomination all’Oscar, ci si deve soltanto levare il cappello.

Vedere Minuscule è somministrare a se stessi una dose di sincerità e serenità, un’esperienza che non può e non deve mancare. Pensare che sia un prodotto destinato ad un pubblico infantile è l’errore più grossolano che si possa fare. L’animazione non è destinata solo per i più piccoli, se fatta con cura ed intelligenza, può essere destinata anche ad un pubblico più maturo.

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