La mia vita da Zucchina

¤ Recensione La mia vita da Zucchina

La mia vita da Zucchina (Ma vie de Courgette) è un film del 2016 diretto da Claude Barras. Basato sul romanzo Autobiografia di una zucchina di Gilles Paris (poi rieditato con il titolo del film), rappresenta l’esordio di Barras nel lungometraggio ed è realizzato in animazione a passo uno.


Il cast vocale originale della pellicola è composto da: Gaspard Schlatter, Sixtine Murat, Paulin Jaccoud, Michel Vuillermoz, Raul Ribera, Estelle Hennard, Elliot Sanchez, Natacha Koutchoumov, Brigitte Rosset, Adrien Barazzone, Véronique Montel, Monica Budde, Anne-Laure Brasey, Jean-Claude Issenmann.

Il cast vocale italiano della pellicola è composto da: Lorenzo D’Agata, Lucrezia Roma, Riccardo Suarez, Stefano Mondini, Gabriele Meoni, Chiara Fabiano, Luca Tesei, Anita Ferraro, Barbara Salvucci, Paola Giannetti, Fabrizia Castagnoli, Riccardo Scarafoni.

Un bambino di 9 anni, soprannominato Zucchino, dopo la scomparsa della madre viene mandato a vivere in una casa famiglia: grazie allʼamicizia di un gruppo di coetanei, tra cui spicca Camille, una ragazzina con un passato anche lei problematico che conquista subito il suo cuore, a poco a poco inizia a scoprire una dolceamara verità: la vita non è facile, ma può essere senza dubbio molto bella.

   

Ci sono dei film (rarissimi) capaci di infrangere una serie di tabù (anche della categoria del politically correct) consapevoli di avere dalla propria parte uno sguardo carico di quell’umanità profonda che rivela un’altrettanto profonda e partecipe conoscenza dei soggetti portati sullo schermo. Il film ha trovato il proprio punto di partenza nel libro “Autobiographie de une Courgette” ma è Céline Sciamma, al suo top nella scrittura, che ha saputo fornirgli il giusto equilibrio tra dramma, commozione e speranza.

Perché ci viene ricordato quanto sia intensa la sofferenza di un bambino che vive una condizione familiare disastrata (la mamma di Zucchino era alcolizzata e lui conserva di lei come ricordo una lattina di birra vuota ma i suoi compagni non hanno vissuto meglio). Ci dice però anche che si può sfuggire allo stereotipo cinicamente pessimista secondo il quale ‘tutti’ gli istituti per minori sono luoghi di detenzione in cui trascorrere mesi o anni in cui i soprusi sono pane quotidiano. Non è così per Zucchino e i suoi amici anche se la speranza di trovare una possibilità di vita al di fuori resta non può venire a mancare.

Ci viene anche detto (e questa consapevolezza viene comunicata ai giovanissimi spettatori) che le prime domande sulla sessualità non sono forse mai state (e oggi lo sono ancor meno) riservate a quel periodo della vita che si chiama pubertà. Nascono infatti molto prima e bisogna aiutare i piccoli a coniugarle con il sentimento, come accade con Zucchino e Camille dopo che ci si era interrogati, dando risposte catastrofiche, su cosa accade tra due persone di sesso differente quando vanno oltre l’amicizia.

Claude Barras ha saputo mettersi ad altezza di bambino deprivato senza mai farsi tentare da uno sguardo dall’alto in basso. Lo ha fatto consegnando ad ognuno dei protagonisti (pupazzi animati in stop motion) dei grandi occhi capaci di attrarre qualsiasi spettatore (bambino o adulto che sia) che non sia privo di sensibilità.

Il film di Barras vive in equilibrio costante e perfetto tra la semplificazione assoluta della forma (e della vita) e la perenne presenza e consapevolezza del magma del contenuto (che è ancora vita, pulsante), tra il movimento dolce e lineare delle sue traiettorie e la forza impressa alla capacità emotiva.

Nel contesto di un cinema – tanto per ragazzi quanto per adulti – dove la tendenza generale è quella all’isterizzazione, all’accumulazione, alla sovrabbondanza, La mia vita da zucchina è una piccola oasi che permette di fare un bel respiro, rallentare e ascoltare.

Ascoltare, e comprendere. Prima ancora di vedere – pur attraverso la lente colorata e vagamente deformante della bolla – e avere l’ansia di ribattere. Di affermare sé stessi prima di accogliere un racconto e i suoi personaggi.

Il film è stato girato presso il Pôle Pixel di Villeurbanne al ritmo di trenta secondi al giorno, grazie a nove animatori che hanno lavorato simultaneamente su quindici set diversi.

È stato presentato al Festival di Cannes 2016 nella sezione Quinzaine des Réalisateurs il 15 maggio 2016, venendo poi proiettato in numerosi festival tra cui il Festival international du film d’animation d’Annecy dove ha vinto il Cristal du long métrage e il premio del pubblico. È stato candidato per l’Oscar al miglior film d’animazione ai Premi Oscar 2017.


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