¤ Recensione La forma della voce

La forma della voce è un film del 2016 diretto da Naoko Yamada. Il film è l’adattamento anime del manga A Silent Voice di Yoshitoki Ōima.


Il cast vocale originale della pellicola è composto da: Miyu Irino, Mayu Matsuoka, Saori Hayami, Kenshō Ono, Yūki Kaneko, Aoi Yūki, Yui Ishikawa, Megumi Han, Toshiyuki Toyonaga, Satsuki Yukino, Fuminori Komatsu, Akiko Hiramatsu, Ikuko Tani, Erena Kamata, Ryō Nishitani, Sachiko Kojima, Takuya Masumoto.

Il cast vocale italiano della pellicola è composto da: Federico Campaiola, Giulio Bartolomei, Roisin Nicosia, Alessio Puccio, Ludovica Bebi, Lucrezia Marricchi, Giorgia Ionica, Agnese Marteddu, Stefano De Filippis, Irene Di Valmo, Massimo Triggiani, Beatrice Margiotti, Graziella Polesinanti, Chloe Lombardi, Simone Veltroni, Francesco Aimone, Samuele De Filippis, Enzo Avolio, Barbara Pitotti.

Shoya Ishida è un bambino di 11 anni come gli altri: va alle scuole elementari, ha molti amici e una famiglia. Un giorno, nella sua classe arriva una nuova compagna, Shoko Nishimiya, una bambina sorda di 11 anni che comunica solamente scrivendo su di un quaderno. Inizialmente, Shoko sembra venire accettata dai compagni, ma giorno dopo giorno, comincia a essere vittima di bullismo, soprattutto da parte di Shoya, che le rompe ripetutamente i costosi apparecchi acustici, ma anche da altri compagni, nell’indifferenza della classe.

     

Shoko soffre, pur non ribellandosi, ma alla fine sua madre scopre gli atti di bullismo cui sua figlia è stata sottoposta e le fa cambiare scuola, mentre Shoya viene indicato dai compagni come l’unico responsabile di quegli eventi.

Da quel momento, la vita di Shoya cambia: inizia a essere isolato e maltrattato a sua volta da quelli che erano i suoi amici, ed essere preso di mira lo porta a chiudersi in se stesso. Questa sua fama lo accompagnerà fino alle superiori, spingendolo quasi al suicidio. Profondamente pentito di quel che fece a Shoko, decide finalmente di andare a trovarla nella sua scuola superiore per chiederle perdono, con la volontà di iniziare il suo percorso di redenzione per gli errori del passato.

Se la trasposizione dalla carta al grande schermo si presenta già di per sé come un processo complicato e irto di difficoltà, tradurre le vicissitudini di un manga di sette volumi in un lungometraggio di 130 minuti appare come un’impresa ai limiti del possibile.

Tuttavia Naoko Yamada ce la mette tutta, limitando al minimo indispensabile le inevitabili incongruenze o i momenti ermetici, inspiegabili e non spiegati (tra questi il rapporto di Shoya con la sorella adottiva, o spunti affrontati superficialmente, come l’identità sessuale incerta della sorella minore di Shoko).

Nei 130 minuti diseguali di La forma della voce emerge chiaramente come a Yamada, più della coerenza narrativa, interessi l’intensità emotiva. E su questo punto è difficile eccepire qualcosa all’immersione a capofitto nell’inconsueto punto di vista di un ex bullo, ricca di eventi traumatici, risoluzioni che si traducono in un nulla di fatto e svolte inattese. La prospettiva è costantemente obliqua, come lo è lo sguardo di Shoya, puntato verso il basso fino a rendere i volti dei coetanei altrettante anonime X (Yamada lo esemplifica visivamente, con una certa audacia visiva). È impossibile perdonare Shoya, ma è altrettanto impossibile rinunciare a provare a comprenderne le ragioni, che sono strettamente correlate alla sua attrazione (inizialmente mascherata da repulsione) verso Shoko. Entrambi ragazzi privi di una figura paterna, entrambi dotati di una sensibilità non comune, non sono vittima e carnefice: sono vittime entrambi.

Film davvero bello, con i suoi alti e bassi, ma lo consiglio come pezzo da vedere per arricchire la propria conoscenza.

Insegna come non ci sia solo una faccia della medaglia, ma bisogna saperla cogliere e capirne tutte le sfaccettature.

Anime/cartone solo per dire, infatti, si tratta di un opera adulta e molto profonda che potranno apprezzare tutti e che, forse, potremmo spingerci a definire anche educativa, ma lasciamo a voi il piacere di guardare e giudicare.

Scheda Film

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