I miei vicini Yamada (ホーホケキョとなりの山田くん Hōhokekyo tonari no Yamada-kun?, lett. “Gli Yamada, cinguettanti vicini”) è un lungometraggio prodotto dallo Studio Ghibli e basato sul manga yonkoma Nono-chan (ののちゃん?) di Hisaichi Ishii. Il film, diretto da Isao Takahata nel 1999, è uscito nelle sale giapponesi due anni dopo Princess Mononoke.
In Hōhokekyo tonari no Yamada-kun vengono mostrate scene di vita quotidiana di una “normale” famiglia giapponese che potrebbero comunque ripetersi in qualsiasi famiglia, non solo giapponese. Nella scelta delle scene e nel modo in cui vengono dipinte c’è da un lato del realismo condito dell’umorismo tipico dei film dello Studio Ghibli, ma dall’altro lato appare anche la volontà di mostrare come una famiglia “dovrebbe” vivere insieme per funzionare. Buona parte dell’attenzione è incentrata sulle relazioni tra i membri della famiglia, i loro pensieri, le loro emozioni quotidiane, ma anche sui desideri o le esigenze di ognuno di loro.
Basato sul yonkoma “Nono-chan” di Hisaichi Ishii, il film di Takahata ne mantiene inalterata la formula di brevi sketch a tema quotidiano evitando di ricamarci sopra una storia vera e propria, affidando l’aspetto grafico a un originale minimalismo che rappresenta la patina intellettuale dell’opera. “My neighbors the Yamadas” è il primo film realizzato interamente in digitale da Ghibli, dove buffe figure realizzate ad acquerello si muovono in fondali dove arredamenti e oggetti sono caratterizzati da linee essenziali e da colori sfumati. Un aspetto grafico stralunato e quasi onirico, come avrete già intuito, rappresenta fin da subito valido motivo di odio e amore: l’opera di Takahata è così snob che si isola da sola, un hit or miss senza vie di mezzo. Devo a malincuore inserirmi nella seconda categoria.
Nessun odio o antipatia per opere impegnate o molto autoriali, ritengo che come in quelle di puro intrattenimento anche lì si possano trovare grandi risultati o imbarazzanti delusioni. My neighbors però, parlando chiaro, m’ha terribilmente tediato. Parla di questa famiglia, gli Yamada appunto, a contatto, siparietto dopo siparietto (dalla durata di 10 minuti circa l’uno), con la routine quotidiana. Un giorno si dimenticano per sbaglio la figlioletta in supermercato, un altro il capofamiglia litiga con la moglie per il programma da guardare in tv, un altro ancora la nonna vuole rimproverare dei teppisti in moto del rumore che fanno nel quartiere, il figlio ha la prima cotta, ecc. ecc.
Takahata confeziona sicuramente il suo film più personale e sentito, sicuramente il punto di arrivo a cui voleva giungere da tempo. Dopo racconti di impostazione neo-realista come i precedenti due capolavori Una Tomba per le Lucciole ed Only Yesterday, Takahata giunge a raccontare ciò a cui ambiva; il quotidiano.
In questo film il regista ci parla delle piccole vicende quotidiane che l’individuo si ritrova ad affrontare nella vita di tutti i giorni.
Sono vicende banali, anti-adrenaliniche e monotone contro le quali, lo spettatore in cerca di ritmi più elevati, si tedierà ben presto nel seguirle, ma sono raccontate e narrate in modo tremendamente reale ed efficace, perchè se ci si riflette nella maggioranza dei giorni in cui viviamo non succede chissà che cosa di eclatante nella nostra misera esistenza.
Il regista decide di soffermarsi sui piccoli avvenimenti quotidiani, come un litigio tra marito e moglie per il controllo della TV, la prima cotta adolescenziale, il marito che giungendo stanco morto a casa pretende una cena sostanziosa trovando ben poco da mettere sotto i denti o la nonna che insieme ad un’altra anziana cincischia in piccoli pettegolezzi. Certo dei piccoli scossoni nel nostro quotidiano possono esserci, come dimenticarsi la propria bambina al supermercato o una banda di motociclisti che la notte fa schiamazzi non permettendo di dormire, ma sono effimeri episodi destinati a restare isolati e quando li si affronta si è impreparati, poichè disabituati ad essi a causa di una vita scandita sempre dagli stessi ritmi, che ci rende inadeguati a risolvere situazioni fuori dagli schemi ordinari, salvo fantasticare amaramente dopo tali avvenimenti, su come essi si sarebbero potuti affrontare in modo migliore, lasciandosi prendere in questo modo dallo sconforto per la propria misera impotenza, innanzi a situazioni fuori gli schemi.
Ne esce fuori un ritratto caldo e sentimentale (nonostante lo stile particolare e i colori lucidi e freddi) di un gruppo di persone la cui semplicità e coesione non può non commuovere o fare immedesimare. Pur con poche linee di disegno i personaggi di Takahata riescono a delinearsi in maniera profonda e significativa, attraverso piccoli gesti quotidiani di gran valore e mirabolanti fantasie solamente sognate. Il tutto è sublimato dai rappresentativi “haiku” che chiudono ogni sequenza.
