¤ Recensione Darkside Blues

Darkside Blues è un adattamento cinematografico dell’omonima serie manga di Hideyuki Kikuchi, diretto da Yoshimichi Furukawa.


Il film è stato originariamente concesso in licenza da Central Park Media e successivamente concesso in licenza da ADV Films.

Il cast vocale originale della pellicola è composto da: Akio Ôtsuka, Hideyuki Hori, Kotono Mitsuishi, Kôichi Yamadera, Masako Katsuki, Maya Okamoto, Natsuki Sakan, Nozomu Sasaki, Shinichiro Miki, Yasunori Matsumoto.

La storia coinvolge la città di Kabuki-cho, sede di una fazione della resistenza chiamata Messia. In un ambiente futuristico, Kabuki-cho è uno degli ultimi luoghi di libertà perché la Persona Century Corporation ha preso il controllo della maggior parte della Terra. Kabuki-cho è quindi noto come “The Dark Side of Tokyo”. Inoltre, un misterioso sconosciuto chiamato Darkside sembra proteggere i cittadini di Kabuki-cho.

Darkside Blues è un film complesso, fatto di atmosfere enigmatiche, di tematiche spesso filosofiche che lo avvicinano, anche da un punto di vista dell’ambientazione (un futuro alienizzante), a opere di grande prestigio come Akira. Ma se nella pellicola di Katsuhiro Otomo un ruolo importante lo giocava la tecnologia, nel film di Nobuyasu Furukava l’elemento di fascino è dato dalle capacità mentali: quelle di Darkside in primis, ma anche di tutti gli altri comprimari dotati di poteri Esp, mentre del tutto assente è l’interesse nei confronti delle macchine, sia pure presenti. L’uomo misterioso non appartiene alla dimensione terrestre e in tutti gli attacchi che subisce, specialmente quando viene aggredito da Enji, dimostra la sua totale superiorità. Eppure, come un Dio altero, parteggia per una squadra ma si tiene lontano dalla mischia, non mette il suo potere al servizio dei ribelli se non per salvarli quand’è necessario. Il suo compito è, principalmente, quello di purificare le loro coscienze e di far trovare, attraverso il riconoscimento del proprio dolore, forza e capacità per combattere.

   

Altro tema centrale di Darkside Blues è quello della libertà. Commenta il terrorista Tatsuya, dopo che la ribelle Seria gli ha fatto notare che, grazie alla Persona Century, non ci sono più guerre sulla Terra: “Pace sotto un governo simile vuol dire schiavitù. Come si può chiamare pace qualcosa che si ottiene con la persecuzione e la morte? […] Se qualcuno si arroga il diritto di fare la Storia non si può rimanere passivi. Fino a che sopravvivremo, fino a che saremo determinati, i loro volti che parlano di pace saranno coperti di vergogna.” Sono queste parole cuore e il senso di Darkside Blues e da questa breve citazione si può ben avere un’idea dello spessore dell’opera. Alla fine, molti enigmi rimangono senza risposta (il film è volutamente tratto da alcuni capitoli di un romanzo più lungo) e, forse, sta proprio qui parte del fascino della pellicola. Non ci sono punti di riferimento certi e il buio, spezzato solo da lampi di speranza, pare avvolgere ogni cosa.

Hideyuki Kikuchi in Giappone è uno scrittore molto apprezzato per le sue storie ricche di mistero e di suspense, dai toni dark e ambientate in scenari post apocalittici; purtroppo la sua fama inizia solo ora ad estendersi oltre i confini nazionali. A conferma di ciò, Darkside Blues non è l’unico anime tratto dai suoi romanzi ma, ben più famoso, possiamo citare Vampire Hunter D.

In conclusione, possiamo affermare che, in Darkside Blues, la storia è un bel enigma e tratta, volontariamente o no, alcuni capitoli di un libro molto più lungo. Godibili le atmosfere e i personaggi e, anche se sono lasciate in sospeso molte questioni, alla fine il tutto sembra non pesare affatto. La Yamato non fa sforzi alcuni e pensa a riversare per l’Italia la pellicola nell’originale formato video 4:3 con un appena sufficiente audio Dolby 2.0. All’interno del disco presente soltanto poche schede dei personaggi e una dedicata all’autore, insieme all’audio originale giapponese per i più accaniti il che si dimostra, ancora una volta, un’occasione persa per un editore italiano che, se fosse stato più lungimirante, avrebbe potuto dare più lustro ad un’opera e ad un autore che, sicuramente, meritano maggiore considerazione. Ciò non di meno, l’edizione italiana resta comunque abbastanza godibile e ci permette di riscoprire un’opera da molti e per troppo tempo sottovalutata.

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