Diabolik festeggia il 50° anno di Altea di Vallenberg

Dopo il 50esimo anniversario di Diabolik, seguito dal 50esimo anniversario di Eva Kant, il 2014 segna il 50esimo anniversario di Altea di Vallenberg, celebrato nell’inedito mensile di Ottobre del fumetto Diabolik.


 

Solo dopo 21 episodi le sorelle Giussani decisero di dare a Ginko una compagna degna di lui e nell’ottobre 1964, in “Il grande ricatto”, fece la sua apparizione la duchessa Altea di Vallenberg.

E’ stato scelto di festeggiare il cinquantennale dal suo ingresso nella diabolika saga con un numero ricco di riferimenti alla lunga, movimentata storia d’amore che, da allora, lega Altea a Ginko e facendolo illustrare integralmente da Matteo Buffagni, il più giovane (in tutti i sensi: per età e per collaborazione con Astorina) degli artisti Astorina.

Inedito 1 ottobre 2014
Il coraggio di Altea

I servizi segreti del Beglait sono preoccupati: pare che i Corvi Grigi stiano preparando il loro ritorno sulla scena. Lo “zio Volpone” di Altea si confida con la nipote, ed è proprio lei a suggerirgli un piano originale. Forse troppo.

Soggetto: M. Gomboli,  T. Faraci e A. Pasini
Sceneggiatura: A. Pasini e R. Finocchiaro
Disegni: M. Buffagni
Copertina: M. Buffagni

Nolesse oblige

La prima vignetta del primo episodio di Diabolik (novembre ’62) è, per così dire, “salottiera”. Una riunione conviviale nella “villa” della “marchesa de Semily” che “per la sua architettura medievale” è definita “Castello di Mart” (sic).

Il debito creativo del personaggio Diabolik nei confronti del feuilleton d’inizio ’900 non è infatti solo nella rivisitazione delle trame di Fantômas o nel fascino più generale dell’Eroe Nero: è anche e soprattutto nell’ambiente da nobiltà decaduta – e spesso decadente – che da sempre fa da scenario alle avventure del Re del Terrore.

Di quell’ambiente le sorelle Giussani seppero cogliere, con attenzione tutta femminile, le implicazioni che gli autori d’epoca davano per sottintese e i contemporanei snobbano. Stiamo parlando di come certi dettagli di “etichetta” siano stati adottati – e in alcuni casi enfatizzati – così da costruire un mondo astratto dalla realtà del dopoguerra ma non per questo meno comprensibile, accettabile, affascinante: il mondo di Diabolik.

Così, durante il primo incontro tra Altea e il Re del Terrore, viene sottolineato l’imbarazzo che potrebbe sollevare Altea (nobile e soprattutto donna) rivolgendo la parola a Diabolik (feccia dell’umanità). Tant’è che quando il suddetto ladro e assassino, che di “bon ton” tutto pare ignorare, non solo rivolge la parola alla eterea duchessa, ma, per soprammercato, le fa anche dei

complimenti personali (orrore!)… il principe Danilo interviene con veemenza: “Come osate?!”

Oltre alle apparenze (acconciature, abiti, gioielli per le donne; monocoli, mostrine e scarpe di vernice per gli uomini) anche lo stile di vita è nobiliarmente ortodosso. Infatti, come si conviene a una nobildonna, Altea è una provetta crocerossina (o meglio, essendo una duchessa, è la Presidentessa della Associazione delle Infermiere del Beglait). La qual cosa si rivela utile una prima volta (deve medicare una escoriazione superficiale all’ineffabile Ginko) e vitale una seconda quando, come racconta il fido maggiordomo Lodovico (il quale, non foss’altro che per la sua giacchetta a righine, meriterebbe un saggio tutto per lui) la duchessa salva la vita dell’ispettore con la respirazione artificiale (non “bocca a bocca”, ovviamente).

Infatti, quando è lei ad aver bisogno di cure, Altea non viene ricoverata in un banale (popolare?) ospedale ma in una clinica privata. Non soddisfatte di una duchessa, le sorelle Giussani si sentirono in dovere di dare un riferimento ai magnanimi lombi persino a Eva Kant (pardon: Lady Kant), apparentemente solo nobilitata dal matrimonio con lord Kant ma in realtà figlia – sia pure illegittima – di un omonimo nobiluomo.

Certo, potremmo rilevare come la presenza di duchi, conti e marchesi sia stata funzionale alle avventure diabolike: la passione del “più grande ladro di tutti i tempi” per le pietre preziose è nota, e chi possiede più gioielli di famiglia di un nobile?

Ma questo non basta a motivare tutte le scelte delle Autrici. Più interessante sarebbe ripercorrere la loro storia personale, le loro origini borghesi, la loro eleganza di autentiche “signore” milanesi che sentivano il fascino di un ambiente elitario e, assolutamente senza invidia né rimpianti, si compiacevano di riproporlo ai lettori. Altrimenti come spiegare il vezzo retrò dei nomi italiani abbinati a cognomi “in lingua”, prerogativa ancor oggi riservata ai blasonati (la regina d’Inghilterra è chiamata Elisabetta, figlia di Giorgio e madre di Carlo, mentre nessuno ha mai citato Antonio Blair o, peggio, Giorgio Bush); come giustificare la presenza statisticamente assurda di maggiordomi, autisti, servette con la crestina nella mitteleuropea Clerville di fine millennio; come accettare il distaccato snobismo per cui l’eleganza “vera” si riconosce da una jaguar d’epoca, un completino nero, un’acconciatura a chignon?

Mario Gomboli

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