Il Regno Di Wuba è un film del 2015, diretto da Raman Hui ed il cui cast (vocale) originale è composto da Bai Bai-he, Boran Jing, Wei Tang, Yao Chen, Eric Tsang, Sandra Ng Kwan Yue, Ni Yan, Wallace Chung, Xiaodong Guo, Elaine Jin.
In un mondo di fantasia gli umani hanno sconfitto i mostri confinandoli nelle remote montagne oscure. Per secoli i due mondi non hanno più comunicato, a parte qualche isolato sconfinamento di mostri finiti massacrati dai cacciatori umani addestrati allo scopo. Fino a quando un nuovo re dei mostri conquista il potere, pronto a ristabilire un nuovo equilibrio mondiale. Nel frattempo in un tranquillo villaggio rurale degli umani un ragazzo goffo non sa di essere l’erede di un’antica famiglia di cacciatori di mostri e il nuovo nato della famiglia regnante spodestata sta per nascere proprio fra gli umani.
In Occidente continua a sembrare impossibile da spiegare il successo di film come Il regno di Wuba e così continuano a pensarla i distributori che, in genere, li ritengono poco più di prodotti di nicchia. Difficile stabilire quanto conti la promozione e quanto l’effettiva distanza nei gusti del pubblico, di fatto – per il momento – alcuni blockbuster dell’Estremo Oriente restano tali solo in Estremo Oriente. Non si sa se andrà così anche per Il regno di Wuba, internazionalmente noto come Monster Hunt, un misto di live action e animazione digitale che in Cina ha incassato qualcosa come l’equivalente di 400 milioni di dollari, diventando il maggiore incasso di tutti i tempi di un film locale al botteghino cinese (sospetto di dati “estrogenati” a parte).
Il suo successo è semplice da spiegare ed è dovuto a un mix virtuoso tra generi cinematografici apparentemente eterogenei. Grande risalto alle arti marziali – benché le coreografie, ad uso e consumo dei più piccini, difficilmente accontenteranno l’appassionato esigente – e a una comicità demenziale e corporale, prevalentemente basata su flatulenze e difformità fisiche. Lo stile delle animazioni digitali, che tende ad arrotondare le forme e a ritrarne delle versioni particolarmente pingui, permette di ricondurre agevolmente Raman Hui e il suo staff alla sua ispirazione visiva prevalente, ossia l’estetica di Shrek. Non a caso il terzo episodio della saga dell’Orco è stato co-diretto dallo stesso Raman Hui. Dal canto suo Wuba, il pargoletto dei mostri che si presenta come una radice di rafano daikon con occhi, sei arti e zanne vampiresche, assomiglia molto alla creatura deliziosa di CJ7, opera diretta dal Stephen Chow di Kung Fusion, altra influenza evidente per estetica e narrativa di Il regno di Wuba. Il fatto che il piccolo Wuba attiri le attenzioni di molti golosi che tentano di affettarlo porta a diverse gag che colpiscono l’ingordigia della società cinese, dove tendenzialmente si finisce per cucinare tutto ciò che si muove.
Molti gli intermezzi musicali, con la colonna sonora di Leon Ko e la sua impronta pop come protagonista. È innegabile che Il regno di Wuba funzioni nel suo Paese d’origine, come è altrettanto innegabile che possa incontrare delle difficoltà a ottenere i medesimi consensi altrove, per alcune piccole ma significative divergenze di gusto e sensibilità. Ma resta un esempio di intrattenimento per bambini eccentrico e non convenzionale, che può funzionare se si abbassano drasticamente le proprie aspettative. Gli appassionati di cinema di Hong Kong riconosceranno diversi cameo, tra cui quelli di Eric Tsang e Tang Wei.
Raman Hui realizza un frullato di generi consapevolmente anarchico. Se il tono è giocoso, le tematiche affrontate sono piuttosto scolastiche: il rispetto delle diversità, la tolleranza e il mantenimento dell’equlibrio. La contrapposizione è fra bene e male, non fra specie e specie. Le famiglie hanno invaso i cinema cinesi per vedere questi mostri, più quelli teneri e bisognosi d’affetto che quelli feralmente aggressivi. Nel paese della politica del figlio unico, molto risalto viene poi dato alla scelta del padre del protagonista di abbandonarlo da bambino, salvo poi compiere un percorso di rinnovata consapevolezza che lo porta a specchiarsi in quella dolorosa e inaccettata decisione. Troppo ripetitivo e faticoso a prendere il via, quanto più apprezzabile nella seconda parte, Monster Hunt è una creatura meticcia che annulla gli aspetti più godibili delle sue singole parti.
