Witch Hunter Robin

Uscita nel 2002 in Giappone, la serie è frutto della stessa Sunrise che ha dato i natali a serie indimenticabili quali “Cowboy Bebop”. Le animazioni sono di buon livello, il character design un po’ minimalista ma affascinante, le ambientazioni finto-retrò interessanti: l’immancabile ricorso alla computer grafica si nota, ma tutto sommato non stona troppo con le animazioni tradizionali e non penalizza in alcun modo la visione della serie. Molto belle e d’atmosfera sono le musiche della colonna sonora che sono ad opera di Taku Iwasaki, in particolare spicca la sigla iniziale cantata da Bana.

La storia si svolge in un mondo che è molto simile al nostro ma, allo stesso tempo, ha un aspetto molto più gotico ed anche la tecnologia ha un non so che di retrò, in mezzo agli esseri umani si aggirano anche streghe e stregoni, individui dotati di particolari poteri che li possono rendere molto pericolosi. Alcuni sono inconsapevoli della propria natura e finiscono col perdere il controllo, altri sfruttano consapevolmente le capacità paranormali per il proprio tornaconto. Per arginare questi fenomeni, in Giappone opera la STNJ, una sorta di polizia speciale incaricata di individuare le streghe e gli stregoni che rappresentano un pericolo per gli uomini e di catturarli, possibilmente vivi in modo da consegnarli alla Factory, dove verranno rieducati e reinseriti in nella società.

Protagonista della serie, come lo stesso titolo ci suggerisce, è Robin , una ragazzina di 15 anni dai capelli rossi, per metà giapponese ma cresciuta ed educata in Italia, in un convento per la precisione. Non per nulla la ragazza veste praticamente come una suora, con abiti lunghi e neri che nascondono le sue forme e lasciano scoperta solo la testa, adombrata da due trecce sbarazzine unico segno rivelatore della sua età da adolescente.

Robin è una strega di livello S dotata di un particolarissimo potere che le permette di controllare il fuoco e viene mandata alla STNJ ad affiancare colleghi più grandi di lei e per lo più normali umani. Per combattere gli stregoni cattivi, oltre ai poteri di Robin – che in verità la protagonista sembra stentare nel controllarli – gli agenti dispongono di uno speciale fluido che riesce ad inibire gli effetti dei poteri paranormali e che, se sparato sugli stregoni con apposite cartucce (non molto diverse da quelle anestetiche), li rende normali essere umani privi di qualsiasi potere.

Witch Hunter Robin è più lento rispetto ad altre serie simili che, fin dal primo episodio, sostengono ritmi ben più frenetici a volte sacrificando alcuni aspetti che invece andrebbero approfonditi. Questa serie invece parte e va avanti abbastanza piano ed in modo più introspettivo, offrendo più spazio ai personaggi e dedicando più tempo alla loro crescita. Il risultato finale è sicuramente meno spettacolare e frenetico, ma ciò non comporta una realizzazione tecnica peggiore che, anzi, ritengo sia di primissimo ordine e che non ha nulla da invidiare a serie dai ritmi più frenetici.

Il doppiaggio italiano, come quello di hack sing precedente serie importata sempre dalla Beez Video, è piuttosto azzeccato con doppiatori che riescono a caratterizzare bene i personaggi. Confesso che inizialmente avevo delle perplessità sulla scelta fatta per la voce di Luca Bottale come doppiatore del carismatico e misterioso Amon. Pensavo che fosse una voce fuori luogo per un personaggio così carismatico ed al tempo stesso così cupo, ma man mano che gli episodi andavano avanti ho ben compreso i motivi della scelta. Non solo la voce di Bottale si avvicina molto al timbro di voce del doppiatore originale, non solo riesce a caratterizzare egregiamente il personaggio, ma riesce anche a dare una ventata di novità nel panorama delle serie tv anime arrivate da noi visto che, per la prima volta, un protagonista non è doppiato dalle solite voci viste, anzi sentite, nelle reti Mediaset.

La brava Deborah Magnaghi doppia magistralmente Robin, trasmettendoci un personaggio sempre molto pensieroso e di poche parole, riuscendo a trasmettere sensazioni ed emozioni anche nei lunghi e sempre presenti silenzi introspettivi.  Molti potrebbero obiettare che la sua voce non è adatta ad una ragazzina di 15 anni e quindi essere totalmente fuori luogo, a  costoro faccio presente che Robin sembra molto più grande dell’età dichiarata e non solo a livello fisico, ma anche a livello di maturità e di personalità dimostrando ancora una volta, ammesso che ce ne sia bisogno, che la scuola di doppiaggio italiana è una delle migliori al mondo.

Anche gli altri doppiatori risultano essere all’altezza della situazione regalandoci un doppiaccio estremamente gradevole e che ben si adatta all’opera.

In conclusione la Beez Video, con questa ha rappresentato la sua seconda proposta in campo anime, ci ha portato un prodotto estremamente completo e ricco sia dal punto di vista qualitativo che dal punto di vista narrativo, esattamente com’era già avvenuto con la serie di Hack Sing, presentata come prodotto d’ingresso nel mercato italiano da parte della Beez, peccato che di questa casa editrice siano rimaste solo le intenzioni.


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